Ripropongo quindi di seguito alcuni estratti del dialogo con una selezione degli interventi dell'utente Alberto e relative risposte.
L'intera discussione ha avuto uno sviluppo ben più ampio, e il riportare solo alcuni stralci potrebbe non rendere giustizia alla complessità dei ragionamenti portati avanti.
Mi scuso quindi con l'utente Alberto se la selezione che ho attuato possa in qualche modo aver spezzato la linearità del suo ragionamento: lo scambio nella sua interezza si può comunque leggere tra i commenti dell'articolo a cui si fa riferimento.
Inoltre, non è qui importante stabilire chi tra i due dialoganti possa aver "ragione", ma è assai più interessante intravedere tra le due esposizioni l'emergere di due differenti modi di intendere il ruolo dell'individuo all'interno della comunità.
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Alberto: Come sempre, è sull'infondatezza delle premesse che si infrange il discorso.
I problemi sono diversi.
Innanzitutto, la confusione impropria del piano individuale e di quello sociale.
Si tratta di due piani che non sono, diciamo, "consecutivi", cioè il secondo non si ha come semplice "prosecuzione" del primo.
Pertanto possiedono dinamiche e obbediscono a regole tra loro differenti (benché ovviamente si contaminino reciprocamente, visto il loro punto d'intersezione obbligato nell'individuo).
Secondo, l'accento posto sulla "libertà" come valore fondamentale e fondante dell'essere umano.
Tale premessa mi pare, sulla base dell'esperienza, non meno infondata di molte altre e ritengo che nasca dall'affermazione, alquanto "moderna" e anti-tradizionale, del primato dell'individualismo sul comunitarismo.
Terzo (e ultimo, per il momento), ad oggi rimane tutta da dimostrare la consistenza dell'individuo (inteso non solamente come entità fisica) al di fuori del proprio contesto di appartenenza socio-culturale.
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Carlo: Secondo il mio parere le premesse esposte nel breve video sono difficilmente confutabili.
Facendo un esempio pratico, chi nega l'affermazione "nessun uomo ha il diritto di disporre della vita di un altro", sostiene di conseguenza che alcuni uomini abbiano il diritto di disporre della vita di altri.
Occorrerebbe quindi a questo punto descrivere chi sia questa persona, ed in quale modo possa assumere tale diritto.
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Alberto: In un contesto sociale, gli individui che vi partecipano sono investiti anche di uno status e di ruoli che sovrastano la loro semplice dimensione individuale; si tratta di un sistema relazionale complesso, esteso, irriducibile alla somma dei singoli rapporti individuali presenti al suo interno.
In esso ogni individuo è così profondamente interconnesso con gli altri membri della comunità - in forme talmente numerose e articolate da risultare ben difficilmente elencabili e descrivibili con precisione, ma assolutamente pregnanti - che non ha senso discutere la questione se non come insieme.
Approcciare diversamente - concentrarsi cioè sui singoli individui e sui singoli rapporti - significa semplicemente non occuparsi di quell'insieme.
È un discorso sull'individuo, mai sul gruppo sociale.
Non è un singolo individuo che assume un diritto su un altro singolo individuo, ma è la comunità nel suo insieme che - con pieno diritto, se la sua azione è conforme alle proprie regole - agisce verso sé stessa.
C'è un solo soggetto in gioco.
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Carlo: Occorre quindi specificare in cosa consista la comunità nel suo insieme: quali sono le regole di cui si parla, chi le decide, chi le fa rispettare?
[…] supponiamo di trovarci all'interno di una comunità le cui regole violino palesemente i propri valori personali.
Ha il diritto il singolo che ha mantenuto intatti i suoi ideali a tirarsene fuori?
Perchè è questo il caso che maggiormente si avvicina ai giorni nostri.
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Alberto: Il singolo ha pieno diritto a tirarsene fuori, così come ha pieno diritto, in termini individuali, ad intraprendere qualsiasi iniziativa.
In realtà non si tratta neanche di un diritto (che è un concetto relazionale, cioè sovra-individuale) bensì di una facoltà, intrinseca a qualunque soggetto capace di azione.
Il problema che però io colgo è la indeterminatezza di quel "tirarsene fuori". Concretamente cosa comporterebbe?
Come si attuerebbe, praticamente?
E, soprattutto, quale sarebbe il suo punto di approdo?
Individuale o sociale?
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Carlo: Il tirarsene fuori non ha alcun significato metafisico.
Si è fatto l'esempio di una comunità che ha delle regole.
Nel caso in cui le regole di questa comunità fossero "non condivisibili", mi chiedevo se l'individuo avesse il diritto di non seguirle.
Se, per esempio, una comunità decidesse di attaccare una comunità vicina, mi chiedevo se il singolo avesse il diritto di non partecipare.
Secondo le regole esposte nel filmato, un individuo è l'unico che può disporre della propria vita, e quindi potrebbe non partecipare.
Chi invece presuppone che il singolo deve sottostare alle regole della comunità, nega al singolo questo diritto.
E' un esempio molto, molto concreto, a quanto si può vedere.
[…] è stato sostenuto che il diritto del singolo sulla propria esistenza viene in secondo piano rispetto all'entità chiamata "comunità"
Da chi è composta, questa comunità?
Chi la dirige?
Chi ne fa le regole?
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Alberto: [rispondendo alla domanda: Nel caso in cui le regole di questa comunità fossero "non condivisibili", mi chiedevo se l'individuo avesse il diritto di non seguirle] la risposta è semplicissima: se la comunità non glielo riconosce, no, non ne ha il diritto.
La partecipazione ad una comunità non può essere, evidentemente, ad intermittenza; non può venire rinegoziata a piacere istante per istante.
Una comunità implica livelli elevati di interdipendenza tra i propri membri, una sottintesa mutualità reciproca (da cui, per esempio, il concetto, spero condiviso, del reato di "omissione di soccorso"): è un presupposto fondante, in mancanza di cui la comunità, semplicemente, non sussiste.
D'altra parte le azioni di carattere sociale (compresa la guerra) che vengono intraprese dai suoi membri poggiano precisamente su tale certezza: essere un insieme, nel bene e nel male.
Se in una certa circostanza ci si è dentro, ci si è dentro: non è come un pranzo al ristorante in cui si possono scegliere alcune pietanze e scartarne altre estemporaneamente , secondo il gusto del momento.
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Carlo: Quindi , il far parte di una comunità sarebbe una sorta di "vincolo", che va oltre la libera scelta del singolo.
Che sarebbe quindi costretto ad operare anche in senso contrario alla propria "coscienza", poniamo, se la comunità lo richiede.
Secondo questo punto di vista, per fare un esempio "estremo", i gerarchi nazisti non ebbero colpe nel loro operare, e torturare ed uccidere innocenti rientrava nel loro dovere di obbedire ai dettami della comunità di cui facevano parte.
Questo, tra parentesi, è esattamente il modo in cui il male si propaga.
Basta infatti che pochi psicopatici assumano il controllo della comunità, e tutti gli altri sono autorizzati ad operare il male.
Secondo il mio punto di vista invece ognuno è responsabile delle proprie azioni, e se la tua comunità è guidata da psicopatici che ti ordinano di uccidere, è tuo dovere non obbedire.
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Alberto: Seconda domanda: "Chi la dirige?" [la comunità]. Risposta: "Chi la dirige.".
Terza domanda: "Chi ne fa le regole?". Risposta: "Chi la dirige.".
Si può poi, in merito alla seconda e terza risposte, mettere in discussione i meccanismi che la specifica comunità ha adottato per conferire la propria direzione ad alcuni, più o meno numerosi, suoi membri; e se, facendone parte, non li si condivide, si può cercare di influire sulla loro modifica. In alternativa, si può uscire dalla comunità.
Quello che ritengo improponibile è sostenere il diritto di rimanere nella propria comunità "a mezzo servizio", con ciò picconando simultaneamente le sue fondamenta. È una pretesa evidentemente incongrua.
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