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La bancarotta degli stati sovrani

Santaruina 03 Marzo 2010







Qualche tempo fa:


CRISI MUTUI: BERNANKE, FED NON VEDE RISCHIO RECESSIONE

 
L'economia Usa rallentera' il passo ma la Fed non vede il rischio di recessione ne' di ritornare alla 'stagflazione' degli anni '70.
Lo ha detto il numero uno della banca centrale Usa, Ben Bernanke, nel corso di un'audizione al Congresso, sottolineando che l'economia americana riprendera' a crescere a un tasso "piu' ragionevole" dalla prossima primavera.



Era il Novembre del 2007, la grande crisi doveva ancora manifestarsi in tutta la sua entità, ma già gli esperti e le fonti autorevoli facevano a gara per rassicurare i mercati.
“Nessuna crisi all’orizzonte, qualche piccola flessione che si risolverà entro il 2008”.
Poi la crisi arrivò davvero, cogliendo di sorpresa le grandi firme dell’Economist e del Financial Times, del Sole 24 ore e del Corriere della Sera: “Non potevamo prevedere”, dissero gli  autorevoli economisti.
Eppure, sarebbe bastato dare un’occhiata a qualche sito di controinformazione, uno dei tanti che da qualche anno addietro annunciavano e descrivevano per filo e per segno quello che stava per succedere; non occorreva essere né maghi né indovini, d’altra parte, nello stesso modo in cui non occorre essere dei veggenti per affermare che un masso che rotola dalla montagna prima o poi arriverà a valle.

Così la crisi giunse davvero, e, tra panico e rassicurazioni, per qualche tempo un’incertezza diffusa si sparse per il globo.
Era il 2008, e mentre le solite fonti autorevoli si impegnavano a infondere ottimismo sulla ripresa, sul versante opposto si scatenavano coloro che preannunciavano gli scenari più catastrofici.

Questi ultimi sostennero che la crisi fosse sistemica, che la caduta fosse irreversibile, che grandi sconvolgimenti avrebbero avuto presto luogo.
In questo campo, si distinse ben presto l’analisi del gruppo di studio LEAP/E2020, composto da un team di esperti nel ramo economico che a differenza dei loro colleghi “colti di sorpresa” avevano saputo prevedere le tappe della crisi finanziaria con grande anticipo, ed in modo alquanto dettagliato.
Le accurate previsioni, in un campo in cui in pochissimi avevano saputo interpretare i segnali economici globali, aumentarono la fama e il prestigio dei ricercatori del LEAP/E2020 e i bollettini periodici emessi dal gruppo vennero letti con sempre maggiore attenzione.

Le previsioni del LEAP, così come quelle di molti analisti indipendenti, non furono quindi per nulla ottimiste: per il 2009 venne pronosticata un’aggravarsi della crisi, e vennero ritenuti altamente probabili fallimenti di interi stati, rivolte sociali, disordini, e non ultime possibili guerre di vasta scala.
Ma tutto questo non avvenne nel 2009.
Sembrava quindi, e sembra ancora, che le cosiddette “cassandre” avessero avuto torto, e che tutto sommato, in un qualche modo, anche da questa crisi prima o poi se ne uscirà fuori, senza bisogno di sconvolgimenti epocali.

Ma cos’era successo, nel frattempo?
Occorre qui fare delle importanti precisazioni.
Tutti coloro che avevano previsto una crisi sistemica, con gravi ed irreversibili conseguenze, non avevano fatto altro che analizzare i dati economici a loro disposizione e trarne le conseguenze.
In sintesi, si trattava semplicemente di osservare come i debiti pubblici dei paesi industrializzati dell’occidente fossero ormai fuori controllo, e come fosse impossibile rimettere in sesto le loro economie, considerato il livello raggiunto dai deficit e dal contemporaneo verificarsi di una serie di ulteriori fattori, quali il crollo dei consumi, la difficoltà delle banche, il fallimento di importanti agenzie assicurative, lo scoppio della bolla immobiliare.
In altre parole, coloro che vennero chiamati “catastrofisti” non fecero altro che trarre le logiche conclusioni stante l’evolversi della situazione in atto.

Quello che invece i catastrofisti non riuscirono a prevedere, e che cambiò completamente le carte in tavola, fu la reazione del governo statunitense e l’operato della Fed: l’inaudito intervento di soccorso alle grandi banche tecnicamente fallite ed al sistema finanziario nel suo complesso fu una mossa che pochi avrebbero immaginato, considerata l’entità dell’intervento stesso.

 




(confronto tra la spesa del governo statunitense nei 12 mesi centrali della crisi con le spese sostenute nei precedenti 206 anni)

Il governo degli Stati Uniti, dove la crisi stava per dare il colpo finale al complesso sistema finanziario internazionale, ha saputo con un atto disperato e potenzialmente suicida allontanare il momento del crollo finale, rendendo però il futuro istante della resa dei conti ancora più tragico.

Non vi è infatti logica alcuna nel pensare di risolvere una profonda crisi causata dall’esplosione del debito per mezzo della contrazione di ulteriore debito.
Eppure, è proprio quello che è stato fatto.
In questo modo, nonostante nel 2009 l’economia reale abbia incrementato il suo livello di sofferenza, si sono evitati gli scenari più catastrofici; ma il problema iniziale non è stato risolto, semmai accentuato.

Nell’osservare quindi gli sviluppi della crisi economica attuale, e i bilanci degli stati, la domanda che sorge è la seguente: gli stati sovrani possono fallire? E se falliscono, quali sono le conseguenze per le persone comuni?
La prima domanda andrebbe in verità posta in maniera differente.
Sappiamo già infatti che gli stati sovrani possono dichiarare bancarotta: è successo all’Argentina nel 2001, ad esempio.
Ma per quanto si tratti di una economia importante a livello mondiale, quella argentina non è minimanete paragonabile a quella statunitense.
Così, la vera domanda diventa: gli Stati Uniti, l’Inghilterra, i paesi dell’area dell’Euro, possono dichiarare bancarotta?
Quali fattori devono verificarsi affinché questo succeda?

Già adesso, ad esempio, il debito pubblico degli Stati Uniti è totalmente fuori controllo, impossibile da ripagare, il che fa di quella americana una nazione a tutti gli effetti insolvente.
Pare però che l’abnorme dimensione di un debito pubblico non sia condizione sufficiente per determinare il default di una nazione.
Molti economisti, inoltre, sembrano ridimensionare tale questione.
Ecco ad esempio come si esprimeva il premio nobel per l’economia Paul Krugman, in un articolo pubblicato sul suo blog in cui metteva a confronto il debito pubblico in rapporto col PIL degli Stati Uniti con quelli del Belgio, del Giappone e dell’Italia, sottolineando come queste nazioni fossero “messe peggio” degli States:



La gente si chiede: “Perchè dovremmo paragonarci con Belgio e Italia? Quei due Paesi sono un casino”. Uhm, ragazzi, questo è il punto. Il Belgio è politicamente debole, perchè diviso linguisticamente. L’Italia è politicamente debole, perchè è l’Italia. E se questi Paesi possono gestire il loro debito che è oltre il 100% del Pil, anche noi possiamo.


In altre parole, per Krugman la spropositata dimensione del debito pubblico non doveva preoccupare.
Secondo la sua accurata analisi da premio nobel dell’economia, infatti, dal momento che altri sopravvivevano con tali sbilanci, anche gli Stati Uniti avrebbero potuto farlo.

Eppure, lo stesso Krugman, nel lontano 2004, mostrava una minore voglia di scherzare:



L'Argentina, un tempo prototipo del nuovo ordine mondiale, è istantaneamente diventata sinonimo di catastrofe economica.
Che cosa possiamo dedurne? Quanti di noi hanno postulato che la sconsideratezza della recente politica americana possa provocare un disastro analogo sono stati liquidati come individui assillanti, in qualche caso addirittura isterici.[…]
Proiezioni più realistiche, infatti, evidenziano nel prossimo decennio un aumento colossale del debito, che si aggraverà ulteriormente quando i cosiddetti baby boomers (i figli del "boom") andranno progressivamente in pensione in massa.
Ma per gli apologeti dell'Amministrazione, che a dispetto dell'evidenza continuano a sostenere di avere un "piano" per dimezzare il deficit, queste sono sempre soltanto chiacchiere, se non una sorta d'anatema.
Qualcosa di nuovo, però, c'è, ed è quello che Rubin ed i suoi colleghi hanno scritto in merito alle possibili conseguenze. Invece di focalizzare la loro attenzione sul danno che il deficit infliggerà gradualmente, essi hanno messo in rilievo una potenziale catastrofe.
Così ammoniscono: «I considerevoli deficit esistenti possono influenzare gravemente e negativamente le aspettative e la fiducia, e ciò a sua volta potrà innescare una sorta di circolo vizioso negativo nello strisciante deficit fiscale, nei mercati finanziari e nell'economia reale... I costi potenziali e le possibili ricadute di un simile sconvolgimento fiscale e finanziario potrebbero con ogni probabilità costituire la motivazione più forte per cercare di evitare simili considerevoli deficit di budget."
Detto in altri termini: piangi pure per noi, Argentina. Stiamo per fare la tua stessa fine.
[…]Ciò che Rubin afferma adesso, e che Mankiw affermava quando era un indipendente, è che la tradizionale immunità di paesi sviluppati come l'America alle crisi finanziarie da Terzo Mondo, non è un diritto inalienabile.
I mercati finanziari ci concedono il beneficio del dubbio soltanto perché hanno fiducia nella nostra maturità politica nella volontà da parte dei nostri leader di fare tutto ciò che è necessario per tenere a freno i deficit, pagando di persona, se occorre, il costo politico che ciò comporta. In passato questa fiducia è stata ben riposta.
Persino Ronald Reagan alzò le tasse, dopo che il deficit del budget si era impennato. E noi? Abbiamo ancora quel grado di maturità?


Quindi, l’autorevole economista Paul Krugman che attualmente non si preoccupa molto del deficit statunitense, e che ha anche vinto un nobel dopo aver sostenuto la necessità di aumentare la spesa pubblica per uscire dall’attuale crisi, nel 2004 era iscritto nella schiera dei catastrofisti, e prospettava scenari da tragedia nell’eventualità in cui il debito pubblico non fosse stato messo sotto controllo.

Ovviamente, le persone possono anche cambiare idea nel corso degli anni, ma si suppone che un economista abbia almeno una vaga idea di come funzionino i fondamentali nella gestione degli stati.
In altre parole, il debito pubblico fuori controllo porta alla bancarotta, come sosteneva nel 2004, oppure ci si può ridere sopra, come invece ha fatto nel 2009?
Per Paul Krugman la risposta è semplice: la spesa fuori controllo è una disgrazia se attuata dai repubblicani, ma diviene salvifica e necessaria se operata da Barack Obama.
Sia chiaro, se ci si occupa di Paul Krugman, nonostante l’evidente confusione che emerge dalle sue analisi nel tempo, è solo perché ad egli è stato assegnato il premio nobel dell’economia: si tratta di una prova, in pratica, del fatto che per comprendere le attuali dinamiche le voci “autorevoli” valgono quanto tutte le altre, se non meno.

Tornando quindi alla questione iniziale, è possibile stabilire se l’eventualità di un fallimento di uno stato sovrano del calibro degli Stati Uniti sia effettivamente plausibile?
Una risposta potrebbe venire da un altro attore autorevole del grande gioco finanziario internazionale, ovvero Alan Greenspan, l’ex presidente della federal reserve statunitense e per anni vero Deux ex machina delle politiche economiche della nazione americana.



Nel 1999, in un articolo accademico rimasto a lungo segreto, due noti economisti, Alan Greenspan e Pablo Guidotti, avevano espresso la formula con cui pronosticare con precisione il momento ed il livello in cui diviene manifesta l’insolvenza sul debito pubblico di un Paese.
La formula, detta regola di Greenspan-Guidotti, prevede che un Paese deve detenere riserve convertibili almeno pari al 100 % delle scadenze di debito che maturano a breve.
Gli Usa hanno 8133,5 tonnellate di oro che secondo l’autore valevano - due mesi fa - circa 300 mld $.
Il petrolio detenuto dalla Riserva strategica Usa è di 725 mila barili che secondo l’autore valevano  - e valgono - 58 mld $.
Inoltre secondo il Fondo monetario internazionale (Fmi) gli Usa hanno 136 mld $ di riserve valutarie.
Il totale è circa 500 mld $ (455,5 mld $ secondo AsiaNews).
Se il debito pubblico è per il 44 % di proprietà straniera, su 2mila mld $ di debito in scadenza, circa 880 mld $ di debito è detenuto da stranieri.
I risparmi americani annualmente ammontano a circa 600 mld $.
Se il totale del debito da collocare (debito da rifinanziare più nuovo debito) nell’anno è di 3500 mld $ [3600 mld $ secondo noi] e pur ipotizzando che tutto il risparmio USA scelga i BOT (“Treasuries”), rimangono da collocare nell’anno circa 3 mila mld $.
Da dove proverrà tale ammontare ?


Ancora una volta, quindi, ci troviamo di fronte ad uno scenario apparentemente già scritto: gli Stati Uniti sono destinati al default, ed in brevissimo tempo.
Ma, di nuovo, potrebbe risultare azzardato fare simili pronostici, dal momento che è ormai chiaro che vi sono forze in gioco che sono in grado di riscrivere a loro piacimento le regole della gara, mutando inevitabilmente l’evolversi degli eventi.
Nonostante, quindi, la situazione sia già segnata, e la bancarotta sicuramente inevitabile, i tempi e i modi in qui tutto questo si verificherà rimangono non prevedibili.
E’ certo che il masso che rotola dal monte arriverà a valle travolgendo l’abitato, ma in uno scenario con tante incognite non è per adesso possibile calcolare il momento dell’impatto.

Pubblicato da Santaruina | Commenti (1)


Tag: crisi economica


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