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Riflessioni sull’autodemolizione dell’Autorità Cattolica

Arai Daniele 18 Novembre 2009

La Chiesa, Corpo Mistico del Signore, non può essere demolita. Un processo d’autodemolizione può essere solo riferito all’identità e all’autorità cattolica di chierici che accolgono quanto è contrario alla fede e vita della Chiesa, ossia lo spirito della rivoluzione anticristiana. Ciò può accadere già con il semplice atto di giustificare tale spirito incompatibile con lo spirito cristiano. Quindi, quando si tratta di un’autodemolizione cattolica, essa non può riguardare, come insinuò Paolo VI, un’autodemolizione della Chiesa, che ieri, oggi e sempre è cattolica, apostolica e romana, ma di personali apostasie dello spirito della Chiesa impressole dal Signore; di demolizioni di valori supremi e insostituibili nelle coscienze clericali.

Poiché la chiave dell’armonia universale si trova nell’ordine cristiano, quello del diritto naturale e divino, come crede il vero cattolico, per sostituire quest’ordine con uno nuovo, utopico e di marchio mondialista, il processo rivoluzionario non potendo annientare i principi dell’ordine cristiano, induce la sua autodemolizione clericale. Ma poiché anche l’impulso umano alla religiosità, al “culto” di valori superiori è inestinguibile e universale, questo processo rivoluzionario deve ergere un nuovo culto che rimpiazzi il precedente. Quale meglio che il culto dell’uomo stesso, della sua capacità di edificare e demolire nel piano fisico e delle idee, attraverso l’ideazione della dea ragione o del gran architetto dell’universo o anche della semplice materia? Questo vale per i rivoluzionari ormai convertiti alla religione dell’uomo che si fa dio. Adottare questi culti indefiniti sarebbe, però, troppo scandaloso per i chierici che hanno passato una vita nella Chiesa cattolica. Per questi la tentazione inevitabile è di assimilare il nuovo culto umano a quello di Dio fatto Uomo per superarlo. Solve e coagula! Ma come? Non potendo né migliorare né sostituire l’Autorità e l’Ordine (divini) che intende “mutare”, può solo svalutarne il senso con ogni ambiguità offerta dalle lingue e dalle filosofie di moda per invertire i suoi termini e concetti.

Dopo il “solve” i nuovi rivoluzionari clericali s’impegnano al “coagula” con la divinità della propria scienza! Avendo una volta creduto che la conoscenza della verità che salva proviene dall’autorità divina, del Salvatore, una nuova religione che pretenda revisionare la vera, deve assumersi una divinità d’aspetto soteriologico per una salvezza “più universale”, non più di uomini, ma dell’umanità, non più solo di coscienze personali, ma della coscienza umana collettiva, da estendere a una nuova coscienza della Chiesa stessa!

Tale patto col Nemico non contempla questioni singolari e vie strette, ma soluzioni globali attraverso canali extralarge. Non più confessioni all’orecchio, ma confessioni al microfono e, all’occasione, sconfessioni per la più ampia audience mondiale! Un nuovo gran respiro per la l’utopia al potere. Insomma, finalmente una libertà all’altezza dell’assoluta dignità umana.

Vediamo l’esempio di questo gran volo dal cielo in terra nella “libertà religiosa” di Paolo VI e compagni.

Il dilemma di fondo dell’amore cristiano nella vita sociale, secondo il Vaticano II e Paolo VI, era passare dalla cattolica tolleranza religiosa, al nuovo «principio» dell’assoluto diritto umano alla libertà di religione, magari voluto da Dio stesso! Così, sono andati incontro a una nuova formula dei “se” e dei “però” clericali per fondare uno stravolgente nuovo ordine civile per l’ammirabile nuovo mondo moderno; quello che viviamo con disgusto!

Eccola, secondo la dichiarazione “Dignitatis humanae” (Dh):

«2b. A motivo della loro dignità tutti gli esseri umani, in quanto sono persone, dotate cioè di ragione e di libera volontà e perciò investiti di personale responsabilità, sono dalla loro stessa natura e per obbligo morale tenuti a cercare la verità, in primo luogo quella concernente la religione. E sono pure tenuti ad aderire alla verità una volta conosciuta e a ordinare tutta la loro vita secondo le sue esigenze. Fin qui il solito linguaggio, vago sulla verità, ma tradizionale.

Si passa, quindi, ai gran “però: A un tale obbligo – PERO’- gli esseri umani non sono in grado di soddisfare in modo rispondente alla loro natura, se non godono della libertà psicologica e nello stesso tempo dell’immunità dalla coercizione esterna. Non si fonda quindi il diritto alla libertà religiosa su una disposizione soggettiva della persona, ma sulla sua stessa natura. Per cui il diritto ad una tale immunità (da coercizione esterna) perdura anche in coloro che non soddisfano all’obbligo di cercare la verità e di aderire ad essa, e il suo esercizio, qualora sia rispettato l’ordine pubblico informato a giustizia, non può essere impedito».

 

Si noti il linguaggio ambiguo con cui si passa imperterriti dalla libertà naturale in foro interno, quella psicologica, alla libertà senza coercizione in foro esterno, quella della trasgressione. Si passa dalla libertà del cattivo pensiero a quella pratica della più perversa sodomia… qualora sia rispettato l’ordine pubblico informato a giustizia (della privacy). Ma se è un diritto e non può essere impedito, qualora si mantengano le porte chiuse in un ambiente sonorizzato, non è più peccato. Sì, torniamo a parlare di peccato perché qui si presupponeva una questione religiosa; una dichiarazione di chierici sul “diritto” in nome di Dio. Ed eccoci al risultato reale del dilemma di fondo dell’amore cristiano nella vita sociale, secondo il Vaticano II e Paolo VI; gay, lesbiche e trans sono più tutelati dei Cattolici, non solo dall’ordine pubblico, ma dalle leggi, non solo riguardo alle baccanali civili, ma religiose, non solo in Europa, ma nel mondo! Un lavorino davvero “più universale”!

 

Cosa sempre insegnarono, invece, i Papi cattolici?

Leone XIII, Libertas: «Qualunque disposizione della pubblica potestà, non conforme ai princìpi della retta ragione e dannosa al civile consorzio, non avrebbe dunque vigore di legge, come quella che da un canto non sarebbe regola di giustizia e dall’altro svierebbe gli uomini dal bene, a cui la società è connaturata. Sotto qualsivoglia rispetto si consideri pertanto la natura della libertà umana, nell’ordine individuale o nel sociale, nei governanti o nei governati, essa ha relazione di sudditanza assoluta a quella eterna e sovrana ragione, che è l’autorità di Dio stesso, che vieta il male e comanda il bene. Il quale giustissimo impero di Dio sugli uomini, non che distruggere o punto scemare la libertà nostra, l’assicura e perfeziona; dacché perfezione vera di ogni essere si è tendere costantemente al suo fine e conseguirlo; e fine supremo, a cui deve aspirare l’umana libertà, è Iddio».

 

Perciò, l’ordine pubblico informato alla giustizia e la coercizione esterna conseguente al rispetto della giustizia sono in relazione di assoluta sudditanza con l’autorità di Dio se si esplicano nella legge oggettiva fondata sui princìpi della retta ragione mirati al bene e alla verità. È falso il contrario, cioè che sia vera giustizia assicurare l’immunità a chi infrange le stesse norme della giustizia obiettiva. E se ciò è vero per quanto riguarda la logica della giustizia umana, tanto più per l’assoluta Giustizia della Verità divina. La Dh, però, non rivendica il diritto alla libertà religiosa solo per gli adepti di altre religioni, ma per tutti gli uomini. Pertanto, pure per quanti, non solo rigettano ogni religione e morale; non solo negano l’esistenza di Dio e avversano la Sua Chiesa, ma respingono l’esistenza e i principi stessi di una legge naturale per tutti gli uomini. Anche questi, secondo la Dh, hanno il diritto “naturale” di professare e fare propaganda pubblica della loro irreligiosità e della loro esclusione di ogni legge con base nel diritto trascendente. Ciò significa riconoscere “diritto” alla trasgressione e al delitto obiettivo, se negato soggettivamente, a causa della libertà naturale di praticarli e aderire ad ogni errore; tutto dichiarato da chierici che dicono di rappresentare il Diritto di Dio! Evento del tutto incomprensibile come possano tali idee, che si dicono fondate sulla natura dell’uomo, accordarsi con la natura della mente umana creata per la verità, ma che il tal caso contraddice ogni elementare logica. Ma se niente di ciò è vero e fidabile, perché lo dovrebbe essere una dichiarazione di quest’origine oscura, nichilista e incerta, piuttosto allucinata? Infatti, se la Dh fosse soltanto assennata, non vi sarebbe più né una verità, né una logica, né un diritto oggettivo che meriti rispetto nell’ordine del pensiero. Perché uno dovrebbe accettare una mostruosità simile voluta dalle logge e da una fatalmente disordinata ONU? Solo perché è approvata da che si presenta come pontefice romano, ma contraddice tutti i suoi predecessori e ogni logica? Piuttosto è logica la domanda: se tale dichiarazione non è né cattolica, né vera, perché dovrebbe essere autentica autorità di chi la sottoscrive? Prelati che negano la necessità della convivenza secondo l’ordine pubblico accordato a ragioni del diritto naturale, quindi cattoliche e perciò formato alla giustizia, negano la propria posizione e legittimità.

Per esempio, secondo la Dh, se qualcuno, insegnando in una scuola, nega Dio o un dogma della fede, lo farebbe con pieno diritto e perciò i cattolici per difendere il diritto degli allievi alla verità possono al massimo invitare tutti al dialogo. Il grave problema oggi è che chi dichiara tale incoerenza non è più un preside comunista o quant’altro, ma un documento vaticano e papale che invoca il diritto naturale!

 

Il preclaro giudice Carlo Alberto Agnoli («La Crisi della Chiesa moderna alla luce della fede e il problema della libertà di religione», Civiltà, Brescia, 1984) scrive a proposito: “Rendendosi conto del terribile pericolo insito nel principio da loro espressamente enunciato per cui non si può impedire a nessuno di agire in conformità della propria coscienza, principio che legittima la pratica di qualsiasi mostruosa dottrina, i padri del Vaticano II hanno ritenuto di poterne eliminare o almeno limitare la portata anche socialmente sovversiva affermando che la libertà di religione e di morale, pur essendo diritto primario, va soggetta al limite dell’ordine pubblico informato a giustizia. Se ne ricava che secondo i padri conciliari esisterebbe un ordine pubblico, fondamento di ogni umana e ordinata convivenza e conforme al diritto naturale, anzi, che del diritto naturale sarebbe la quintessenza, di cui depositario e arbitro esclusivo sarebbe lo Stato, che di esso dovrebbe avvalersi per giudicare se e fin dove le religioni – tutte le religioni – abbiano diritto di esistere e manifestarsi. E questo Stato, al di fuori e al di sopra delle religioni, è necessariamente lo Stato laico ed ateo. Sulla base dell’esperienza storica di questi ultimi due secoli nel corso dei quali si è affermato il laicismo, a quale ordine pubblico allude il Vaticano II?A quello comunista, del KGB e del gulag?O a quello demo-liberale che deve assicurare la legalizzazione dell’aborto, della pornografia e della droga?”

 

Chi ha smarrito la nozione dell’origine divina del diritto come norma di giustizia e della conseguente superiorità e anteriorità della giustizia e del diritto rispetto allo Stato, non ha perso il senso stesso di diritto naturale e di giustizia e quindi anche di ordine giusto? Esiste una giustizia universale che giustifica lo Stato, o sono i vari Stati con i loro vari governi e partiti a creare dalle loro letture filosofiche, sociologiche o quant’altro i princìpi della giustizia?

Lo Stato esiste in funzione della Giustizia o al contrario, questa cambia secondo gli Stati e i governi?

La Chiesa insegna che la giustizia umana deve fondarsi sulla Giustizia che trascende i governi, ma per la Dh è un fatto scontato che ogni «ordine pubblico» contingente è «informato a giustizia», non perché fondato su una dottrina di verità, ma perché è neutrale: la ignora agnosticamente in pieno diritto!

Siamo allora alla dignità del dialogo che supera ogni credenza, esso è già formatore della nuova coscienza, è già principio di “verità più universali”, anche se si dispensa agnosticamente da ogni credere oggettivo, secondo la Dh:

Essa pontifica al nº 3 sulla “libertà religiosa e il rapporto dell’uomo con Dio:

a) Quanto sopra esposto appare con maggiore chiarezza, qualora si consideri che norma suprema della vita umana è la legge divina, eterna, oggettiva e universale, per mezzo della quale Iddio… governa l’universo e la società umana.[...] Perciò ognuno ha il dovere e quindi il diritto di cercare la verità in materia religiosa, utilizzando mezzi idonei per formarsi giudizi di coscienza retti e veri secondo prudenza.

b) La verità PERO’ va cercata in modo rispondente alla dignità della persona umana e alla sua natura sociale: e cioè con una ricerca condotta liberamente, con l’aiuto del magistero istituzionalizzato, per mezzo della comunicazione e del dialogo, con cui, allo scopo di aiutarsi vicendevolmente nella ricerca della verità, gli uni rivelano agli altri la verità che hanno scoperta o (SE) ritengano di aver scoperta, e alla verità conosciuta (o ritenuta) si deve aderire con fermo assenso personale.

c) Gli imperativi della legge divina l’uomo li coglie e li riconosce attraverso la sua coscienza, che è tenuto a seguire fedelmente in ogni sua attività per raggiungere il suo fine che è Dio. Non si deve quindi costringerlo ad agire contro la sua coscienza».

In passato, la Chiesa formava le coscienze secondo la verità che libera, o forse le costringeva a credere in pie fantasie?

Pio IX, condanna, nel Sillabo: 15: «Ogni uomo è libero di abbracciare e professare quella religione, che, col lume della ragione, reputi vera». (Lett. Ap. Multiplices inter, 10 giugno1851; Alloc. Maxima quidem, 9 giugno1862): «Codesti spacciatori di false e perverse dottrine… a ciascun uomo attribuiscono un tal quasi primario diritto per il quale egli sia libero di pensare e parlare a suo senno di religione, e rendere a Dio quell’onore e quel culto che secondo il suo piacimento giudica migliore». 16: «Gli uomini nel culto di qualsiasi religione possono trovare la via dell’eterna salute e l’eterna salute conseguire». (Ubi primum, 17 dicembre 1847; Enc. Singulari quidem, 17/3/1856) 17: «Almeno devesi sperare bene dell’eterna salute di tutti quelli, che affatto non si trovano nella vera Chiesa di Cristo». (Alloc. Singulari quadam perfusi, 9 dicembre 1854; Quanta cura condanna: «Ai tempi nostri non giova più tenere la religione cattolica per unica religione dello Stato, escluso qualunque sia altro culto». (Alloc. Nemo vestrum, 26/7/1855): «Quindi lodevolmente in parecchie regioni cattoliche fu stabilito per legge, esser lecito a tutti gli uomini ivi convenuti il pubblico esercizio del proprio qualsiasi culto». (Alloc. Acerbissimus, 27/9/1852).

 

Quanta cura di Pio IX; «… ai tempi nostri si trovano non pochi, che applicando allo Stato l’empio ed assurdo principio del materialismo,… esigono assolutamente che la società umana sia costituita e governata senza nessun riguardo della religione, come se non esistesse, od almeno senza fare nessuna differenza tra la vera e le false religioni. E contro la dottrina delle Scritture, della Chiesa e dei santi Padri non dubitano di asserire: ‘La migliore condizione della società essere quella, in cui non si riconosce nello Stato il dovere di reprimere con pene stabilite i violatori della cattolica religione, se non in quanto ciò richiede la pubblica quiete’. Dalla quale idea di governo, in tutto falsa, non temono di dedurre quell’altra opinione sommamente dannosa… chiamata deliramento dal nostro predecessore Gregorio  XVI … cioè ‘la libertà di coscienza e dei culti essere diritto proprio di ciascun uomo, che si deve con legge proclamare e sostenere in ogni società bene costituita, e essere diritto di ogni cittadino una totale libertà, che non può essere limitata da alcuna autorità vuoi civile, vuoi ecclesiastica,di manifestare e dichiarare i propri pensieri quali che siano, tanto a viva voce, come per iscritto, sia in altro modo palesemente ed in pubblico’. E mentre queste cose temerariamente affermano, non pensano e considerano che predicano la ‘libertà di perdizione’…».

 

Leone XIII nella sua «Immortale Dei»: «Non è permesso perciò portare alla luce ed esporre agli occhi degli uomini ciò che è contrario alla virtù e alla verità, e ancor meno porre tale licenza sotto tutela della protezione delle leggi».

«Libertas»: «Un diritto è una facoltà umana, e, come abbiamo detto e come non potrà mai essere ripetuto troppo spesso, sarebbe assurdo credere che esso appartenga, naturalmente e senza distinzione o discernimento, al vero e al falso, al bene e al male. La verità, il bene hanno il diritto di essere propagati nello Stato con una prudente libertà, affinché un numero maggiore ne tragga profitto; ma la falsa dottrina, di tutte la più fatale peste per la mente… è giusto che la pubblica autorità usi la sua sollecitudine per reprimerle, per impedire la diffusione del male a rovina della società. […] E in primo luogo vediamo sotto il rispetto individuale quella libertà, tanto contraria alla virtù della religione, che chiamiamo di culto. La quale ha questo fondamento: esser libero ciascuno di professare la religione che gli piace, ed anche di non professarne alcuna».

Libertas: «Seguita dalle cose dette, non esser lecito invocare, difendere, concedere libertà illimitata di pensiero, di stampa, d’insegnamento e di culti, come altrettanti diritti competenti naturalmente all’uomo. Imperocchè, se tali fossero, si avrebbe diritto di essere indipendenti da Dio, e non potrebbe l’umana libertà essere moderata da legge alcuna».

 

Leone XIII, nella sua Enciclica Humanum Genus : «Inoltre, aprendo i loro ranghi a degli adepti che provengono dalle religioni più diverse, essi (i frammassoni) diventano capaci di dare credito al grande errore del tempo presente, che consiste nel relegare al rango di cose indifferenti la cura della religione, e nel mettere su un piano di uguaglianza tutte le forme religiose. Or, di per sé solo, questo principio basta a rovinare tutte le religioni e particolarmente la religione cattolica, poiché, essendo la sola vera,

non può tollerare che le altre religioni le siano eguagliate, senza subire ingiurie e ingiustizie».

Lettera «E’ giunto» all’Imperatore del Brasile: «… l’unica vera religione, che Dio ha stabilito nel mondo e ha designato con caratteri e segni chiari e precisi, affinché tutti possano riconoscerla come tale ed abbracciarla. Qui non è questione di questa tolleranza di fatto, che in date circostanze può essere concessa ai culti dissidenti».

 

Sulla tolleranza del male si legge nella Libertas: «Se non che la Chiesa, con intelligenza di madre guarda al grave peso dell’umana fralezza, e non ignora il corso degli animi e delle cose onde trasportata l’età nostra. Per queste cagioni, senza attribuire diritti fuorché al vero e all’onesto, ella non vieta che per evitare un male più grande o conseguire e conservare un più gran bene, il pubblico potere tolleri qualche cosa non conforme a verità e giustizia. Nella Sua provvidenza Iddio stesso, infinitamente buono e potente, lascia pure che v’abbia mali nel mondo, parte perché a beni maggiori non schiuda la via, parte perché non si apra a mali maggiori. Nel governo dei popoli è giusto imitare il Reggitore dell’universo: che anzi, non essendo possibile alla potestà umana impedire ogni male, deve ‘permettere e lasciare molte cose impunite che la Divina Provvidenza punisce e giustamente» (Sant’Agostino, De Lib. Ab., I. I. c. 6 n. 14). Tuttavia, se per ragione del bene comune e per quest’unica ragione, può la legge umana e anche deve tollerare il male, approvarlo però e volerlo per se stesso non può e non deve; perché il male, essendo per se medesimo privazione del bene, ripugna al bene comune, che, per quanto è possibile, ha da volere e tutelare il legislatore. E qui pure è necessario che la legge umana prenda esempio da Dio, il quale, nel tollerare che vi siano i mali nel mondo, ‘né vuole che il male si faccia, né vuole che non si faccia, ma vuole permettere che si faccia, e questo è bene’ (ST, I, Q. 19, q. 3). La quale sentenza dell’Angelico Dottore racchiude in poche parole tutta la dottrina della tolleranza del male».

«Seguita finalmente, che coteste libertà si possono, è vero, quando lo richiedono cause giuste, tollerare, ma dentro certi limiti, affinché non abbiano a degenerare in eccessi. Dove poi sono esse già in uso, i cittadini se ne valgano a ben fare, e ne abbiano in concetto medesimo che ne ha la Chiesa. Poiché legittima deve stimarsi la libertà, in quanto ci facilita il bene onesto; altrimenti no.

Una cosa tuttavia resta sempre vera, che cotesta libertà, concessa indistintamente a tutti ed a tutto, non è… per sé desiderabile, ripugnando alla ragione che gli stessi diritti della verità abbia l’errore.

E quanto alla tolleranza, troppo dall’equità e prudenza della Chiesa van lontani coloro che professano il liberalismo. Imperocchè con quella sconfinata licenza, che in tutte le cose da Noi accennate danno ai cittadini, trapassano i termini d’ogni debita misura, e riescono a questo che, per essi, vero o falso, bene e male, sembra valere il medesimo. E poiché la Chiesa, colonna e sostegno della verità, e maestra incorrotta della morale, rigetta con fermezza cotesta specie di tolleranza sì licenziosa e malvagia, e la dichiara illecita, il liberalismo l’accusa di intollerante, senza avvedersi di darle biasimo dove Ella merita encomio. In tanta ostentazione di tolleranza nel fatto succede spesso che verso la religione cattolica essi danno prova d’intolleranza grande; mentre sono larghissimi a tutti di libertà, non sanno rassegnarsi a lasciar libera la Chiesa.».

 

San Pio X condannò la proposta religiosa che si presentò con il Sillon del modernista Sangnier: “Alla base di tutti i loro errori sulle questioni sociali, si trovano le false speranze dei Sillonisti sulla dignità umana. Secondo loro, l’Uomo sarà un uomo veramente degno di tale nome solo quando avrà acquisito una consapevolezza forte, illuminata, ed indipendente, capace di fare a meno di un maestro, ubbidendo solo a se stesso, e capace di assumersi le più gravi responsabilità senza turbamenti. Tali sono le grosse parole con cui viene esaltato l’orgoglio umano, come un sogno che conduce l’Uomo lontano senza luce, senza guida, e senza aiuto nel regno dell’illusione nel quale egli sarà distrutto dai suoi errori e passioni mentre attende il giorno glorioso della sua piena consapevolezza”.

 

Pio XII nella Lettera «Ci riesce»: “Ciò che non corrisponde alla verità e alla legge morale non ha obiettivamente nessun diritto all’esistenza, o alla propaganda, o all’azione”. Si potrebbe aggiungere: e al dialogo religioso.

Nonostante questo chiaro insegnamento magisteriale, la liberalità è applicata dai liberali alla società e dai conciliari ad ogni culto, come se ci fosse una coscienza del bisogno di un culto umano comunitario e indipendente dal Culto divino rivelato e ordinato da Dio stesso alla Chiesa, a questo sono arrivati i conciliari guidati e appoggiati da falsi cristi e falsi pastori:

 

«Dh, 3c)… E non si deve neppure impedirgli di agire in conformità con la sua coscienza, soprattutto in campo religioso. Infatti l’esercizio della religione, per sua stessa natura, consiste anzitutto in atti interni volontari e liberi, con i quali l’essere umano si dirige immediatamente verso Dio: i quali atti da un’autorità meramente umana non possono essere né comandati né proibiti (Pacem in terris). PERÒ la stessa natura sociale dell’essere umano esige che egli esprima esternamente gli atti interni di religione, comunichi con altri in materia religiosa, professi la propria religione in modo comunitario.

d) Si fa quindi ingiuria alla persona umana (!) e allo stesso ordine stabilito da Dio (!) agli esseri umani, se si nega ad essi il libero esercizio della religione nella società, una volta rispettato l’ordine pubblico informato a giustizia (quale?).

e) Inoltre gli atti religiosi, con i quali in forma privata e pubblica gli esseri umani con decisione interiore si dirigono a Dio, trascendono per loro natura l’ordine delle cose, terrestre e temporale… Quindi la potestà civile, il cui fine proprio è di attuare il bene comune temporale, deve certamente rispettare e favorire la vita religiosa dei cittadini, PERÒ evade dal campo della sua competenza se presume di dirigere o di impedire gli atti religiosi».

 

Se non siamo alla bestemmia, siamo alla più completa e allucinata inversione conciliare:

Non si dovrebbe neppure impedire… culti idolatrici o sacrifici umani… se sono in conformità con la coscienza dei praticanti in campo religioso. L’esercizio della religione… pure falsa, consiste in atti interni volontari e liberi, con i quali l’essere umano…crede falsamente… di dirigersi immediatamente verso Dio… anche contro quanto Dio ha rivelato; essi sono comunque di “autorità divina”, mentre gli atti per impedirli…pure in nome della Chiesa di Dio sarebbero : atti da un’autorità meramente umana (Pacem in terris). La stessa natura (ribelle) e sociale dell’essere umano esige che egli esprima esternamente gli atti interni di religione, comunichi con altri in materia religiosa, professi la propria religione… anche idolatrica e sanguinaria in modo comunitario. Altrimenti… si fa ingiuria alla persona umana (!) e allo stesso ordine stabilito da Dio (!) se si nega ad essi il libero esercizio di… una qualsiasi religione nella società, una volta rispettato l’ordine pubblico informato a giustizia (quale?). Sì, perché tali atti detti religiosi, di religiosità libera… con i quali in forma privata e pubblica gli esseri umani con decisione interiore si dirigono a Dio… per conto proprio… trascendono per loro natura l’ordine delle cose, terrestre e temporale… Quindi la potestà civile, il cui fine proprio è di attuare il bene comune temporale, deve certamente rispettare e favorire… tale “bene” religioso dei cittadini: «evade dal campo della sua competenza (liberale) se presume di dirigere o di impedire (tali) atti religiosi».

Con questo testo infame, e altri, ogni ragione sul perché esiste la Chiesa e il Papato, ossia guidare gli uomini al vero culto ordinato da Dio, tenendoli lontani da quelli falsi è esclusa, anzi è ordinato il contrario. Esso merita solo la qualifica pronunciata dai veri preti e missionari, come don Pace e altri: stramaledetto!

 

Il filosofo Del Noce ha descritto l’esito del processo di auto condanna civile, che qui, con ancora più logica va applicato all’auto condanna religiosa. “Nel colpire l’ordine precedente senza riuscire a instaurarne uno nuovo, la rivoluzione si autodistrugge; si suicida nel totalitarismo e sfocia nel nichilismo, che è la devalorizzazione di quanto riteneva supremo”. (Del Noce Augusto, «Il suicidio della rivoluzione», Rusconi, Milano, 1978).

Non vi è «colpo» più micidiale per un chierico che revisionare il potere della Parola divina nella società, sparando le proprie idee come dottrina divina; è il nichilismo più inaudito; è segare il ramo in cui siede; colpire la casa e anima propria per lo sciagurato acquisto di audience e plauso nel mondo. È il più incredibile suicidio spirituale per chi pensa di vantare autorità cattolica, termine di valori assoluti, perché è “devalutazione di quanto ritiene supremo”.

Ogni cattolico si dovrebbe domandare che autorità può avere un prelato che giustifica ogni credenza per «umile bontà», che ripugna ogni idea di «crociata» per orrore alla forza, anche di resistere al nemico e al male; che rifiuta ogni proselitismo cattolico in vista dei valori del laicismo illuminista; in breve, che non intende convertire nessuno alla Chiesa e tanto meno i «fratelli maggiori» dell’Ebraismo, per non offendere la loro dignità, evitando così di insinuare che loro hanno bisogno di Gesù Cristo per salvarsi.

Quanto ai simboli del potere papale in Cielo e in terra, come il Triregno e tutte le dignità che rivestono il Papato, non appartenenti di certo a alcun chierico, beh! questi sono da regalare ai poveri o ai musei; un inaudito «orgoglio di bontà» vantato di fronte al mondo. Ecco la propria demolizione come cattolico, con l’idea che deva demolire il potere della Chiesa che sta nella sua autorevolezza divina e non nei simboli o vicari umani, essi soltanto la rappresentano e in modo parziale e passeggero, anche quando sono legittimi.

Che radici psicologiche può avere questa “umiltà” di voler screditare quanto ereditato e che pretende di rappresentare? Come lo spiegherà nel lettino del suo strizza cervelli preferito?


Ma tant’è, se suppliscono le Dottrine millenarie sulla coscienza della Chiesa con le proprie, perché dovrebbero preoccuparsi di voti, simboli e giuramenti il cui senso alienarono nelle loro coscienze moderniste dagli anni di seminario? Sì perché da tempo vige in molti seminari quel processo d’alterazione della coscienza clericale in vista della formazione dell’orda di adulatori del mondo, da cui spuntarono questi sciagurati vicari dell’Anticristo.

Ciò era previsto nel piano delle logge, così com’era stato avvisato dalla Madre di Dio nel Suo Segreto di La Salette, prima dell’esito finale di tale processo nella visione fatale di Fatima. Tutto in conferma dell’Apocalisse sull’oscuramento degli uomini della Chiesa: “Il quarto angelo suonò la sua tromba: fu colpita la terza parte del sole, la terza parte della luna e la terza parte delle stelle, in modo che s’offuscò la terza parte di loro e così il giorno non brillava per una sua terza parte e lo stesso la notte.”


La luce della Dottrina non brillava, né la Parola divina era onorata da una moltitudine di chierici seguaci dell’astro caduto dal cielo sulla terra e che, avendo ricevuto la chiave, la usò per aprire la voragine dell’Abisso, da dove salì il gran fumo che offuscò il sole e l’aria. Dal fumo vennero cavallette col potere simile a quello degli scorpioni terrestri per tormentare quanti non avessero il sigillo di Dio. In quei giorni gli uomini cercheranno la morte e non la troveranno; brameranno morire, ma la morte fuggirà da loro. Avevano come re l’angelo dell’Abisso, quel vescovo con la chiave, il cui nome in ebraico significa “distruttore” e in greco “sterminatore”.


Come si è visto, quest’asteroide dell’abisso è qualcuno che parla dell’autodistruzione altrui, ma con ciò non può evitare di aver svelato che dichiara implicitamente soprattutto la propria (vedi Apocalisse 8, 12; 9, 1-11). A ciò segue la questione ineluttabile: chi ha demolito in tal modo pubblico e universale la propria fede, come può aver conservato l’autorità cattolica che esiste per la conferma della Fede? Non sarà che la grande apostasia sia proprio quella di seguire, per rispetto umano, la falsa autorità? E ciò senza far niente e nemmeno mettere nelle intenzioni delle preghiere la supplica a Dio della grazia che la Chiesa torni alla sua vera Autorità, quella divina? Sì perché la visione di Fatima conferma la realtà storica: viviamo l’interregno di uno spaventoso vuoto dell’Autorità papale “levata di mezzo” insieme al suo seguito cattolico poco prima del 1960, quando il Segreto sarebbe più chiaro. Ciò non richiede forse la gran testimonianza che il mondo sta pendendo a grandi passi il dogma della Fede. La mancata reazione a tanto male, ecco quel che dimostra essere la grande apostasia!


Arai Daniele



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